Ho letto di recente un commento di un giocatore che definiva Twilight Struggle “il gioco più sopravvalutato della storia”. Al di là del commento che, senza motivazioni che lo sostengano, mi sembra quantomeno leggermente tranchant, mi sono chiesto cosa possa indurre a pensare questo. Sinceramente, non sono ancora venuto a capo della questione e, avendo abbandonato con l’ingresso nella terza decade di vita la passione per i flame (almeno, online), ho deciso di non rispondere al commento, nella speranza che lo faccia qualcun altro. Personalmente, e l’ho ribadito in mille occasioni, trovo TS un gioco imperdibile per ogni giocatore che si definisca tale, ma le opinioni sono opinioni e vanno comunque rispettate: non tutto può piacere a tutti!
Lasciamo comunque da parte le polemiche e addentriamoci ancor di più nelle carte del nostro giocone: oggi parliamo di due carte importanti nei mazzi dei due giocatori, ispirate da eventi storici altrettanto importanti! Orsù, buona lettura allora!

Dato che questi articoli si concentrano sull’aspetto storico delle carte e sul loro utilizzo nel gioco, darò per scontato il regolamento e la sua applicazione. Il lettore che non dovesse conoscere Twilight Struggle può leggere la mia recensione del gioco per avere una infarinatura di come esso funzioni, anche se per approfondire la storia dentro le carte non è necessario conoscerne il funzionamento.
Il titolo della rubrica prende diretta ispirazione dalla sezione del regolamento che, in piccolo, fa la stessa cosa che mi propongo qui ed è un omaggio ulteriore alla genialità di Ananda Gupta e Jason Matthews, gli autori di questo grande capolavoro.
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CONTENIMENTO

Probabilmente ai più il nome di George F. Kennan non accende nessuna lampadina ma per chi conosce i fatti post bellici della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni della Guerra Fredda l’importante politologo e ambasciatore americano è sicuramente una figura nota.
Il 9 febbraio 1946 Stalin pronunciò il Discorso di Bolshoi con l’intento di ricompattare l’unità interna russa, messa a dura prova dalla fine della Grande Guerra Patriottica che, seppur l’aveva vista vincitrice, aveva lasciato l’URSS in ginocchio, con milioni di morti, danni materiali inquantificabili e un tessuto sociale sulla china della disgregazione. I punti di Stalin erano cinque:
- L’URSS ha contribuito come nessun altro alla sconfitta del nazionalsocialismo.
- L’URSS non deve più commettere errori nel campo della difesa.
- L’URSS deve riprendere l’esportazione del comunismo allo scopo di instaurare relazioni cordiali con Paesi amici.
- La Seconda Guerra Mondiale era stata causata dal capitalismo e nuove guerre sarebbero state inevitabili
- L’URSS deve impegnarsi a fondo in un piano di riarmo perché è ancora circondata da Paesi nemici.
Come si è detto questo discorso (più con i toni del comizio che del discorso programmatico, a dire il vero) aveva come destinatario il popolo russo, ma ebbe vasta risonanza all’estero e influenzò profondamente le politiche internazionali. Kennan lo analizzò a fondo e produsse quello che è passato alla Storia come “Lungo Telegramma”, 5000 parole di analisi della situazione in Unione Sovietica e la sua posizione internazionale.
In questo documento il diplomatico, che era in URSS come delegato d’affari presso l’ambasciata USA, dichiarò che i sovietici si ergevano nuovamente a leader del comunismo mondiale e che volevano espandersi verso l’esterno, arrivando fino al Mediterraneo: questa politica aggressiva, anche se si fosse arrestata sul piano puramente ideologico e politico, avrebbe sicuramente minacciato gli interessi americani e l’esistenza stessa delle liberaldemocrazia occidentali, concludeva Kennan. Il governo recepì immediatamente questi input, abbandonando in breve tempo la propria posizione isolazionista (già incrinata dalla guerra stessa e dagli sforzi di Roosevelt prima e Truman poi), spingendolo a rimanere in Europa come forza di contrapposizione all’Unione Sovietica.
Nacque così la teoria del contenimento (o containment, in inglese): essa si basava su un concetto basilare delle strategie di guerra umana, fin dall’epoca antica, ovvero che l’isolamento conduce alla stagnazione. Gli assedi nascono per questo motivo, poiché risulta più semplice catturare una città stremata da mesi di fame, povertà e malattie, dove manca tutto, proprio a causa dei collegamenti verso l’esterno interrotti dall’esercito assediante, piuttosto che assalirla militarmente con grande dispendio di vite. La seconda strategia, conseguente a quella dell’isolamento, è quella della sovversione: dopo aver creato una situazione in cui il potere interno alla città assediata è sempre più debole proprio a causa del malcontento generato dall’assedio stesso, si fanno penetrare spie e sabotatori che sobillino la sovversione. Il risultato sperato è che dovendo reindirizzare risorse alla rettificazione della sovversione (soprattutto di natura economica e militare), quelle risorse non possano essere utilizzate verso l’esterno, lasciando all’assediante un concreto vantaggio sia materiale che strategico.
Kennan sosteneva che l’obiettivo primario degli USA doveva essere impedire all’URSS di espandere il comunismo, esportandolo verso nazioni che per vicinanza geografica o affinità storico/politico erano già propense ad allinearsi, ovvero di “contenere” appunto l’ideologia socialista nei confini che l’aveva generata, impedendole di diffondersi. Gli USA supportarono in questo modo regimi di tutto il mondo che si opponessero alla penetrazione del pensiero sovietico nei propri confini (il piano Marshall e la dottrina Truman sono figli della dottrina del contenimento).
Dopo la Guerra del Vietnam la politica del containment venne screditata, e si prese a parlare di distensione e pacifica coesistenza, anche se nel 1981 venne eletto presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, il quale affermava che la distensione fosse un errore strategico, e riportò in auge la politica del contenimento, esasperandola in una costosa corsa agli armamenti, insostenibile per i sovietici. Le “guerre stellari” di Reagan, insieme all’installazione di basi missilistiche in Europa resero impopolare questa politica USA in molti paesi del mondo, anche se il crollo dell’URSS nel 1991 (due anni dopo la fine del secondo mandato Reagan) pose fine, ufficialmente, alla sua applicazione nella politica estera americana.
LA CARTA NEL GIOCO
Come Sovietico, questa carta va giocata all’ultimo turno dei Round Azione. Pescarla può essere una fortuna perché potete decidere quando giocarla, mitigandone pesantemente la sua influenza. Mandarla nello spazio non sembra un’opzione saggia, sono sempre 3 punti operazionali che male non fanno, basta solamente cercare di tenersela appunto per fine turno.
Come USA, questa carta se possibile va usata come carta di Apertura, per massimizzarne gli effetti. Se pescate una mano particolarmente sfavorevole in termini di punti operazionali, avete due strade: o usarla come apertura per migliorare un po’ le vostre possibilità nel turno, oppure conservarla per il turno successivo dove, si spera, avrete un monte punti operazionale maggiore, massimizzando ancora di più i suoi effetti. Tenete conto che in Inizio Guerra gli USA si espandono lentamente, ma con questa carta giocata in apertura o inizio turno potete avere una marcia in più.
GUERRA ARABO-ISRAELIANA

Questa carta in realtà racchiude più eventi che si sono susseguiti nel corso del XX secolo e che sono espressione di una rivendicazione dualistica dello stesso territorio: se da una parte infatti il movimento sionista riconosce nella Palestina la patria storica del popolo ebraico, dall’altra gli arabi palestinesi ne dichiarano il possesso in nome della storicamente maggioritaria presenza islamica.
Le radici del conflitto affondano nella Storia, ma soltanto con gli eventi della Prima Guerra Mondiale si sono sviluppate in quella che ancora oggi è definita “zona turbolenta”. Nel 1917, con la Dichiarazione di Balfour, le autorità britanniche dichiararono il loro intento di creare in Palestina una “national home” che desse asilo sia agli ebrei autoctoni che ai molto più numerosi sparsi per il mondo (la Diaspora). Non si parlò subito di una vera e propria nazione (per questo inizialmente il termine scelto fu Casa Nazionale) perché non era chiaro se si volesse o meno creare un vero e proprio stato, oppure un territorio protetto dall’autorità inglese che in egual modo preservasse i “diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina” (il testo integrale si può trovare a questo link).I britannici però tenevano i piedi in due scarpe, avendo promesso nel 1915 la Palestina agli arabi come ricompensa per la Rivolta Araba contro l’impero Turco-Ottomano. Nel 1922 la Società delle Nazioni diede l’incarico al Regno Unito di governare sulla Palestina (il Mandato Britannico della Palestina), sempre nell’ottica di preservare sia gli interessi sionisti che quelli arabi. Durante questo lungo periodo l’immigrazione ebraica subì una netta impennata (gli abitanti passarono da circa 80 mila nel ’22 a 610 mila nel ’48), per cui vi furono varie proposte di suddividere il mandato in due territori distinti, disponendo anche la popolazione nella creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo: tutte fallirono per il netto rifiuto della parte araba.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la maggior parte dei gruppi ebraici si schierarono con gli Alleati, mentre la parte araba parteggiò per l’Asse, creando ancora più fermento in una regione che sicuramente non aveva bisogno di ulteriori spinte verso il conflitto. Al termine della guerra, le Nazioni Unite si interrogarono sul destino della regione, anche contestualmente a quella del popolo ebraico, duramente colpito dall’Olocausto e in cerca di una nuova speranza che lo tenesse in vita. Il concetto chiave era: gli ebrei scampati allo sterminio nazista dovevano essere aiutati, sempre che lo avessero voluto, a ricollocarsi in Palestina? Il 30 novembre 1947, dopo intensi negoziati, l’ONU decise per la creazione di due stati distinti, uno ebraico e l’altro arabo, il controllo di Gerusalemme affidato ai caschi blu e la fine del mandato britannico il prima possibile. Agli ebrei sarebbe toccato il 55% del territorio del mandato, il restante 45% sarebbe stato affidato agli arabi.
Le rivendicazioni da entrambe le parti e una gestione non sempre trasparente e chiara da parte dell’ONU sfociarono presto in una serie di conflitti, senza considerare le continue scarcamucce di confine che continuano ancora oggi.
- Prima guerra arabo-israeliana 1948-1949
La nascita ufficiale dei due stati sarebbe dovuta avere luogo nel 1948, ma questo non avvenne: non appena le forze britanniche lasciarono l’area, la “Lega Araba” annunciò una “guerra di liberazione” contro Israele, che avrebbe dovuto scacciare gli ebrei dalla Palestina. I gruppi terroristici ebraici, uniti al confluire di veterani della Seconda Guerra Mondiale e una ingente quantità di armi proveniente (illegalmente) dalla Cecoslovacchia si organizzò nella IDF (Israeli Defence Force), che dimostrò una grande tenacia e capacità di combattimento, resistendo così all’assalto arabo. Nel 1949 si giunse ad un armistizio: le forze arabe erano sconfitte ed era nato lo stato di Israele che da quel momento si sarebbe dovuto dedicare alla difesa dei confini conquistati durante il conflitto.
- Crisi di Suez 1956
Il presidente egiziano Nasser nazionalizzò la compagnia di gestione del Canale di Suez, che era di proprietà anglo francese. Francia e Regno Unito intervennero immediatamente, vedendo minacciati i loro interessi economici internazionali (tuttora attraverso il canale transita gran parte del traffico mercantile dall’Asia all’Europa e viceversa). Al loro fianco scese Israele, poiché gli egiziani avevano dichiarato l’intento di proibire l’utilizzo del canale agli israeliani. Se Francia e Inghilterra rinunciarono presto al conflitto per la paura che USA e URSS vi prendessero parte, gli israeliani obbligarono alla ritirata gli egiziani, forti della migliore organizzazione militare, rendendo l’azione di Nasser inconcludente.
- La guerra dei sei giorni 1967
Dopo la Crisi di Suez continue scaramucce al confine israelo-egiziano condussero a una nuova escalation quando, nel ’67, gli arabi decisero di nuovo di chiudere il canale ai vicini, dando a Tel-Aviv il pretesto per una nuova azione bellica. Israele, con una azione preventiva della propria aviazione, distrusse al suolo la gran parte delle aviazioni di Egitto, Siria e Giordania; senza copertura aerea, le forze terrestri della coalizione pan-araba furono decimate. In sei giorni gli israeliani occuparono la striscia di Gaza e la penisola del Sinai, oltre alla Cisgiordania e le alture del Golan. L’ONU, con la risoluzione 242, propose il ritiro delle forze di Tel-Aviv dai territori occupati in cambio del riconoscimento di Israele da parte delle nazioni arabe. Questo non avvenne per l’impossibilità degli stati arabi di accettare una sostanziale sottomissione al volere israeliano. La creazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e il FLP (Fronte per la Liberazione della Palestina) testimoniano una rinnovata intenzione dei palestinesi ad “arrangiarsi da sé”, con lo svincolo dalla Lega Araba e la prosecuzione delle proprie rivendicazioni in maniera autonoma (a tal proposito è utile ricordare la figura di Yasser Arafat, che guidò l’OLP fino alla sua morte e divenne un simbolo delle rivendicazioni del suo popolo).
- La guerra del Kippur 1973
Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele proprio durante la festività dello Yom Kippur, sperando di cogliere il nemico “con le braghe calate”. Seppur la reazione israeliana fu pronta, tanto che il futuro presidente Sharon riuscì con le sue unità corazzate a passare il canale di Suez a mettere sotto assedio l’intero III corpo d’armata egiziano, Tel-Aviv perse il controllo del Canale. Intervennero i caschi blu dell’ONU nel tentativo di evitare un inasprimento del conflitto: con la mediazione delle Nazioni Unite furono siglati accordi tra Israele ed Egitto, che portarono al riconoscimento dello stato ebraico (poco dopo anche la Giordania seguì l’esempio degli egiziani). Il coinvolgimento diretto del mondo arabo nella situazione palestinese si concluse con questa fase, mentre l’OLP ottenne sempre più riconoscimento internazionale, venendo ammessa come “osservatore” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1974, a difesa degli interessi del popolo palestinese.
Durante tutti questi conflitti (come anche le guerre del Libano nel ’78 e nell’82) sia gli USA che l’URSS minacciarono spesso di intervenire direttamente nel conflitto, ma queste minacce non si risolsero in azioni concrete. Certo è che il territorio della Palestina e in generale del Vicino Oriente fu per tutta la durata della Guerra Fredda un punto nevralgico dell’azione delle due superpotenze. Il fondamentale Canale di Suez, così come i ricchi giacimenti petroliferi dell’area, ma anche una contrapposizione ideologica che, nonostante le accuse di ebraismo internazionale ascritte al bolscevismo e al sovietismo dai nazifascismi, videro i sovietici schierarsi a favore degli arabi in chiave anti-statunitense, furono sicuramente alcuni degli aspetti che resero questo territorio così aspramente conteso dalle forze locali e così fortemente occhieggiato dagli attori dei due blocchi mondiali.
LA CARTA NEL GIOCO
Come URSS, se si ha la fortuna di averla in mano nel primo turno, giocarla come carta di apertura può essere una mossa vincente perché permetterebbe, con esito positivo, di cacciare velocemente gli USA dal Medio Oriente. Per arginare una possibile risposta da parte degli USA, prima di investire influenza in Israele sarebbe bene concentrarsi sugli stati ad esso confinanti, Giordania/Libano/Egitto (anche se poi la carta Nasser può fare altri danni, quindi magari si può pensare di dedicare l’attenzione agli altri due stati per usare la carta Nasser sull’Egitto). Nel caso in cui la situazione degli stati confinanti, Giordania/Libano in particolare, non sia buona, allora meglio usare questa carta per i punti operazionali.
Come USA, per arginare l’effetto di questa carta basta piazzare una influenza nei tre stati sopracitati (Giordania/Libano/Egitto) e tutto andrà bene. Se anche la si gioca come PO, in una situazione del genere ci si ritrova con 2 punti operazionali e scarse possibilità di successo per il sovietico.
